Qualche giorno fa ero in biblioteca.
Cercavo un libro preciso, tecnico, centrato: responsabilità civile, un parere da chiudere, un tema molto concreto.
Mentre sfilavo dallo scaffale il volume che cercavo, è successo qualcosa di banale e insieme rivelatore.
Insieme al libro “giusto” ne è venuto fuori un altro. Piccolo, smilzo, 126 pagine appena. Quasi incollato al primo, come se fosse rimasto lì per caso o per ostinazione.
Sembrava fuori posto. E invece no.
Era Il dizionarietto di parole del futuro di Tullio De Mauro, Laterza, 2006. Un libro di un linguista. Apparentemente lontanissimo dall’argomento che stavo trattando.
L’ho aperto per curiosità. E lì ho avuto quella sensazione rara che si prova solo con la vera serendipità: stavo cercando una cosa, e ne ho trovata un’altra che spiegava esattamente ciò che avevo in testa. Ma meglio. Con più chiarezza. Con più onestà intellettuale.
De Mauro, quasi vent’anni fa, indicava tra le “parole del futuro” proprio accountability.
Non come categoria giuridica. Non come adempimento.
Ma come cambiamento profondo del modo in cui le istituzioni, le organizzazioni, le persone si rapportano agli altri.
Accountability come capacità di rendere conto, di spiegarsi, di essere leggibili. Non solo rispondere di qualcosa, ma rispondere a qualcuno. In modo comprensibile.
Mentre il diritto ancora oggi fatica a incasellare l’accountability in definizioni, obblighi e procedure, un linguista l’aveva già colta nella sua essenza, semplicemente osservando l’evoluzione delle parole.
È stato un promemoria potente: spesso il diritto arriva dopo. Insegue concetti che altrove sono già maturi. Nel linguaggio, nella cultura, nelle parole che iniziamo a usare prima ancora di sapere come normarle.
Anche questa volta ho trovato il Diritto.
Era altrove.
In uno scaffale di biblioteca.
In un libretto sottile, venuto fuori quasi per sbaglio.
Nel libro di un linguista che aveva già visto arrivare il futuro.
⚖️ Il Diritto, altrove









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